Salute pubblica, sistema economico e organizzazione della vita sociale

In queste assurde settimane di isolamento domiciliare (non «quarantena»), con il lavoro ridotto ai minimi termini, ho passato un bel po’ di tempo a leggere. Ho letto soprattutto notizie, analisi e controanalisi sulla covid-19, la nascita e lo sviluppo del virus che ne è il responsabile – il Sars Cov2 – l’andamento e la diffusione della malattia, le diverse risposte dei governi degli stati più colpiti, la risposta sanitaria e quella securitaria, etc. Poi, qualche sera fa, davanti a un articolo che mi spiattellava in faccia l’ennesima previsione sul picco (ormai le previsioni sul picco, così come le ipotesi sulla mutazione del virus, sembrano essere diventate un gioco mediatico, un po’ come i sondaggi elettorali, con l’aggravante di avere come oggetto di studio contagiati e morti) e al messaggio di un amica che mi annunciava di essere prossima al tampone dopo più di una settimana di febbre e mal di gola, ho avuto una crisi da sovraccarico (si chiama così? Non so), una scarica di ansia e ho deciso di tirare il freno a mano. Nei giorni seguenti ho messo in lista nera il sito di «Repubblica», che è diventato una fogna a cielo aperto di viscido sensazionalismo, titoli e articoli acchiappaclick e cronache di flash mob patriottici, e mi sono imposto di rallentare la lettura di notizie, limitandomi a pochi selezionati articoli e per lo più ad analisi di ampio respiro e non contingenti.

Tra questi, ne ho letti due davvero interessanti che vorrei rilanciare e consigliare a chi per caso o imperscrutabile volontà atterri su queste pagine. Il primo è un’intervista, apparsa originariamente sul sito marx21.de, al biologo Robert Wallace (autore del libro Big Farms Make Flu – Monthly Review Press, 2016), il quale parla del Sars Cov2 mettendo in luce il legame di causalità tra la mutazione umana di quest’ultimo (ma il discorso è più ampio e Wallace fa riferimento anche ad altri virus «simili»), la distruzione degli habitat naturali e il sistema capitalista dell’agricoltura industriale e degli allevamenti intensivi. L’ho letta in inglese, avevo pensato di tradurla, ma per fortuna ci hanno pensato prima di me i tipi di Infoaut, quindi non faccio altro che riportare il link al loro sito e invitarvi a leggerla: https://www.infoaut.org/approfondimenti/da-dove-e-arrivato-il-coronavirus-e-dove-ci-portera

Il secondo porta la firma di Karen Kendrick, professoressa di sociologia all’Albertus Magnus College di New Haven, CT, ed è apparso qualche giorno fa su discoversociety.org. L’articolo è centrato, fin dal titolo, su una domanda di natura accademica, ovvero su quale possa essere il ruolo della sociologia nel momento in cui una pandemia è in pieno svolgimento e ci troviamo a fronteggiarla in situazioni di isolamento sociale. Il pezzo si conclude in tono dubbioso, e alla fine suona più come un grido di allarme che come un appello alla disquisizione teorica. Ad ogni modo, non è esattamente questo l’argomento che mi ha spinto a riportare qui una parte dell’articolo. Kendrick, introducendo il dubbio che la assilla, mette in fila alcuni importanti punti fermi sul consenso scientifico cui sono giunti epidemiologi e sociologi in merito ai meccanismi che facilitano, o possono frenare, il sorgere e la diffusione delle malattie e delle epidemie. Ho tradotto un paio di passi, che illuminano alcune questioni generali riguardanti il nesso tra l’organizzazione economico-sociale nel suo complesso e le malattie, le epidemie e la salute pubblica.

Storicamente, afferma Kendrick:

il grande cambiamento nelle aspettative di vita giunse tra il 1900 e il 1930 durante la transizione epidemiologica […] Per lungo tempo ci siamo congratulati con noi stessi sul fatto che questo incremento fosse dovuto alla buona igiene e ai sistemi fognari, e queste cose [in effetti] sono state molto importanti. Ma i fattori più importanti nella transizione epidemiologica sono stati una migliore nutrizione generale e migliori condizioni di vita — aria pulita e riparo. Mangiare bene e non vivere stretti in minuscoli tuguri senza aria nelle città in via di industrializzazione o nei villaggi dei contadini ha migliorato il nostro sistema immunitario e ha ridotto la quantità di epidemie e di influenza che possiamo trasmetterci.

Sull’ordine economico-sociale odierno e i connessi problemi di salute pubblica aggiunge poi quanto segue:

Ciò che gli epidemiologi e i sociologi hanno in comune è la comprensione empirica che il modo di vivere delle persone crea i modelli di salute e di malattia che sperimentiamo. Non è magia o fortuna, non è politica o opinione. Animali, piante, alghe e altri organismi biologici sono interconnessi in tutto il mondo. E il modo in cui ci muoviamo nel mondo influenza quando incontriamo altri organismi biologici che possono farci del male, quando siamo vulnerabili alle infezioni e se trasmettiamo questi organismi ad altre persone. Le nostre condizioni di vita dettano i nostri modelli di salute e di malattia come individui, popolazioni, specie ed ecosistemi.

Il modo in cui organizziamo la nostra vita sociale ha un impatto sulla biologia del nostro corpo e del nostro pianeta. Questo è il punto analitico centrale della Sociologia della salute e della malattia [il nome del suo corso, ispirato al libro di testo di Rose Weitz, il cui titolo completo è The Sociology of Health, Illness and Health Care, ndr]. È il punto cruciale dell’epidemiologia. Quando facciamo un uso eccessivo e improprio di antibiotici, rendiamo più difficile fermare le malattie infettive. Quando abbattiamo le foreste e costruiamo dighe e spostiamo un gran numero di persone e animali, creiamo povertà e disuguaglianza e distruggiamo ecosistemi stabili. Quando mettiamo animali ed esseri umani in contatto più stretto di quanto non fossero prima, aumentiamo la probabilità che si trasmettano le malattie. Quando costringiamo le persone ad abbandonare la loro terra e il loro stile di vita tradizionale per lavorare a basso salario nelle fabbriche globali, diminuiamo la loro salute e la loro igiene. Li rendiamo fisicamente vulnerabili e diamo ai nuovi agenti patogeni un posto dove mutare e crescere e diventare virulenti. Quando distruggiamo i mezzi tradizionali per trovare e distribuire il cibo, alcune persone si affidano ai negozi di alimentari e all’agricoltura industriale, mentre altre si affidano ai mercati all’aperto per comprare ciò che possono permettersi. Quando ammassiamo persone e mettiamo sotto pressione il loro sistema immunitario, aumentiamo le probabilità di trasmettere malattie. Quando voliamo in giro per il mondo per assicurarci che le fabbriche continuino a funzionare e che i prodotti continuino a essere fabbricati e venduti, portiamo con noi le malattie. E se voliamo in paesi con sistemi sanitari inadeguati o austere politiche sociali, le persone più povere di quei paesi soffriranno di più perché saranno le più vulnerabili alle malattie e le meno in grado di accedere alle cure.

https://discoversociety.org/2020/03/17/is-this-what-sociology-is-for/

Mi sembra che siano punti importanti sui quali vale la pena riflettere, perché mettono in discussione l’intero sistema economico e di organizzazione sociale – di «accumulazione per spoliazione» direbbe Harvey – che il neoliberismo ci ha portato in dote e che ancora tenta di venderci (con un certo successo, purtroppo, anche se la pandemia sembra avergli dato un bello scossone) come il «migliore dei mondi possibili».

Rock, storytelling e musealizzazione. Un’invettiva

Stamattina, mentre ero al bar e mi apprestavo ad addentare un fantastico cornetto, la radio (indovinate voi quale) mi ha vomitato addosso una perla di rara intelligenza e perspicacia concernente l’annoso (e noioso) problema della vecchiaia, della morte per asfissia o dell’attualità del rock: «c’è bisogno di un nuovo storytelling sul rock». Cristo. Un istinto primario e ancestrale mi spingeva a mannaggiare e smadonnare con violenza lì sul posto, ma con qualche sforzo, concentrandomi intensamente sul caffettino caldo e sul fiume di marmellata che usciva dalla pasta, sono riuscito a contenerlo. Poi in macchina, con i Minor Threat che procedevano a mille e io per fortuna un po’ più lento, ci ho ragionato su e sono arrivato alla seguente conclusione, cara innominata radio speaker dei miei santissimi zebedei.

Mi rivolgo direttamente a te, anche se so che non mi ascolterai (come io non ascolto te, del resto. È stato il barista: maledetto!). Credo, molto umilmente, che per provare a rendere attuale il rock (ci metterei anche il roll altrimenti, già di sé, è roba senza scorza) e interessare qualcuno che abbia meno di, boh, venticinque anni, dovreste innanzitutto lasciar perdere questa cosa dello storytelling che, non so proprio come dirtelo, ma è veramente una stronzata, e magari potreste iniziare dal seguire alcune sane e semplici regolette di base.

Smettere di mandare musica di merda è un inizio: può aiutare, senza dubbio. Poi, per esempio, potreste mettere in programmazione qualcosa di veramente attuale. Non puoi uscirtene estasiata con «i Black Keys, cioè il futuro del rock’n’roll», non puoi proprio farlo, giuro: primo, perché i Black Keys hanno da poco pubblicato il loro nono album, non sono esattamente una band di primo pelo e ben che vada possono rappresentare il futuro di… lasciamo perdere; secondo, perché a voler essere buoni, non fanno un album decente dal 2011 e infatti, terzo, la canzone che abbiamo appena finito di ascoltare è del 2011, cioè di nove anni fa. [C’è un numero nove che ritorna qui, cosa vorrà dire?] Un’altra cosa che dovreste smettere di fare è incaponirvi su un paio di canzoni e mettere solo quelle: vi garantisco che i Led Zeppelin hanno scritto altre cose, alcune anche niente male, oltre a Whole Lotta Love e Stairway to Heaven. Non sia mai che qualcuno, ascoltandovi, scopra qualcosa di «nuovo» eh. Ma ancora di più, cosa molto più importante e direi finanche vitale, credo che dovreste smettere di menarla con la tradizione, di musealizzare ogni singola cosa anche la più insignificante (sì, i Kings of Leon che hai mandato qualche traccia dopo aver detto ‘sta cazzata sullo storytelling sono insignificanti: stacce. Lenny Kravitz è merda, ok?), mettendo tutto sotto il pesante e poco attraente ombrello di «storia del ruuuock»*. Perché, sai?, così facendo, è normale che i giovani ti schifino e se ne vadano di corsa in braccio alla trap (merda): chi cazzo ha voglia, a sedici anni, a diciotto, a venti, di ascoltarsi roba che potrebbe star bene in un fottuto museo. No?

Ecco, credo sia tutto. Ora ti saluto.

Con immutato rancore e disprezzo,
il mai tuo leodurruti

Colonna sonora dell’invettiva:

* ho volutamente sorvolato sulla retorica da rocker maschio (bianco) e ribelle perché non ha senso scomodare in questa sede il santo creatore, tutta la sua famiglia allargata e la marmaglia dei santissimi suoi accoliti

Una canzone che mi sta mandando fuori di testa: «Die Matrosen» delle LiLiPUT/Kleenex

Liliput

Oggi mi sono messo a pulire la cartella dove finiscono i dischi appena scaricati, una sala d’attesa affollatissima dove album e discografie possono sostare anche dei mesi prima che io mi decida a classificarli e a «tagliaincollari» nelle rispettive cartelle. È andata a finire che mi è venuta voglia di ascoltare delle compilation che stavano là dentro a far la muffa da un po’ di tempo e, dopo qualche tentativo andato a vuoto e qualche tiro nel cestino, ho trovato quella giusta e mi ci sono buttato a corpo morto.

Si tratta di «Rough Trade Shops: Post Punk 01». È un doppio CD uscito nel 2003 che raccoglie noti capolavori e gemme oscure del post punk di (quasi) tutti i tempi. Ci sono i grandi nomi che ognuno può ragionevolmente aspettarsi (Gang of Four, P.i.l., Slits, Pop Group, Swell Maps, Wire, DNA, Magazine, The Fall, etc.), ma anche band oscure (almeno per me) e sfortunate meteore che hanno pubblicato qualche singolo, massimo un paio di dischi per poi sparire nel nulla.

Tra i pezzi che non conoscevo e che più mi hanno colpito c’è Die Matrosen («I marinai», in tedesco), delle LiLiPUT. Diamogli una spruzzata di contesto. Le Lilliput erano una punk band (originariamente) tutta al femminile proveniente da Zurigo. Le quattro svizzere, che a questo punto della storia si fanno chiamare Kleenex, esordiscono nel 1978 con un EP omonimo di quattro pezzi per l’etichetta svizzera Sunrise. Vengono presto notate da John Peel e a seguire dalla Rough Trade, che pubblica loro un paio di singoli, e purtroppo anche dalla multinazionale Kimberly-Clark, proprietaria dell’omonimo e famoso marchio di fazzoletti, che non la prende per niente bene e minaccia le vie legali se la band non si decide a cambiare nome. Ed è a quest’altro punto della storia che, dopo qualche rimescolamento in formazione (ora sono in cinque), entrano in scena le LiLiPUT.

Il loro esordio col nuovo nomignolo, sempre su Rough Trade, è il singolo Split. Giri lato ed ecco Die Matrosen, traccia numero 4 del primo cd della suddetta compilation, ovvero la canzone che mi ha mandato fuori di testa. Avete presente le X-Ray Spex no? (no? Male.) Be’, prendete il punk screziato di sax delle X-Ray Spex, donate loro il Sacro Graal della melodia perfetta e avrete Die Matrosen, un singolo che in un mondo più giusto sarebbe entrato via etere in tutte le case del fottuto pianeta e avrebbe sbancato tutte le fottute classifiche; e invece sbancò sole le UK Indie Charts per qualche settimana, e nonostante la band sia stata notata e «supportata» da gente come John Peel, Kim Gordon e Kurt Cobain, il quale la inserì persino nel suo listone dei cinquanta dischi della vita (senza indicare l’album, ndr), nonostante gli sforzi delle etichette Off Course, Kill Rock Stars e Mississipi Records, che ne hanno ripubblicato l’intero catalogo, rimangono per lo più sconosciute e poco ascoltate: una band leggendaria e terribilmente influente, ma un affare per pochi intimi. Se non le avete mai sentite, è arrivato il momento di rimediare, e vi garantisco che non ne soffrirete.

[a questo link trovate quasi tutto ciò che le riguarda; a quest’altro, un bel racconto dell’«incontro» con le LiLiPUT scritto da un blogger musicale di lungo corso].

Le nocciole, il lago di Bolsena e le reticenze del Fatto Quotidiano

Qualche giorno fa, il 27 dicembre per essere esatti, su «Il Fatto Quotidiano» è apparso questo articolo a firma Vincenzo Bisbiglia che parla dei rischi ambientali che sta correndo il lago di Bolsena. E, segnatamente: le mire geotermiche, gli sversamenti decennali causati dal malfunzionamento dell’anello di depurazione e l’espansione della monocultura del nocciolo.

Bene che queste notizie arrivino sulla stampa mainstream, mi son detto: è un buon risultato. Le nocciole, a dire il vero, avevano già fatto la loro comparsa nel ben documentato e puntuale reportage firmato da Stefano Liberti per «Internazionale», ma arrivare su un quotidiano a tiratura nazionale ha sempre quel sapore, non so, di cose che si smuovono? Qualcosa del genere. Però. Letto l’articolo, mi rimane in bocca una punta di amaro. Bisbiglia è riuscito sì a condensare e raccontare tre tematiche complesse e a far arrivare a un grande (chissà?) pubblico la percezione di questi pericoli, ma è anche riuscito a non dire alcune cose importanti, in particolar modo sulle nocciole (la parte sulla geotermia è un buon riassunto; quella sull’anello di depurazione del Cobalb, pur con qualche approssimazione, ha il suo perché). Una in particolare: è riuscito a non nominare neanche una volta la multinazionale che sta colonizzando il territorio della Tuscia.

Quella multinazionale non è «alcune importanti multinazionali dolciarie», come scrive il Bisbiglia, ma è la Ferrero, che sta portando avanti un ambizioso progetto di «monocolturizzazione» (20.000 ettari) del centro e nord Italia chiamato «Nocciola Italia». I «famosi noccioleti» della Tuscia di cui scrive in fondo all’articolo per introdurre l’argomento (sta parlando delle nocciole dei Monti Cimini), inoltre, non sono sempre o solo bei noccioleti che danno delle ottime nocciole, ma sono già i responsabili di un’invasione sconsiderata delle terre del Patrimonio e, con i pesticidi di cui abbisognano, la principale causa dell’inquinamento e dell’eutrofizzazione delle acque del lago di Vico. Di nuovo, dicendolo, dobbiamo nominare Ferrero. E ancora: non sappiamo bene, e il Bisbiglia non ce lo dice, cosa sia la «crisi turca» che starebbe spingendo le «multinazionali» a investire nell’alto Lazio (e nella bassa Toscana, in Val di Chiana, ndr). Qualcosa però la sappiamo. Sappiamo, grazie a un’indagine di WeMove Europe e del Centro per i diritti dei bambini in Turchia pubblicata dal Guardian giusto una settimana fa, e a un’inchiesta della BBC dello scorso settembre, che le nocciole acquistate da Ferrero sul mercato turco vengono raccolte tramite lavoro minorile e, più in generale, con livelli di sfruttamento del lavoro da far accapponare la pelle. Bambini e bambine di 11 e 12 anni, racconta l’indagine, che lavorano anche dodici ore al giorno per una paga che spesso non supera i 15 euro. Per far ricco il signor Giovanni Ferrero, il quale invece dichiara un patrimonio di circa 20 miliardi di euro.

WeMove ha lanciato un appello alla Ferrero per il rispetto dei diritti umani e, in particolare, a «sostenere un prezzo equo per le nocciole in Turchia, a garantire ai lavoratori uno stipendio adeguato e a fermare immediatamente il lavoro minorile!». È forse questa la «crisi turca» che preoccupa Ferrero? Una potenziale caduta dei profitti?

Forse. O forse no, ma in ogni caso le «i» andavano omaggiate di qualche puntino, e qualche nome andava fatto. Perché in fondo, nonostante Bisbiglia e Il Fatto Quotidiano, qualcosa la sappiamo.


Fonte dell’articolo: https://www.pressenza.com/it/2019/12/campagna-europea-per-chiedere-a-ferrero-rispetto-dei-diritti-umani/

«Elizabeth», il nuovo singolo dei Kill Your Boyfriend

Tra le cose belle belle che ho ascoltato ultimamente, nella fattispecie proprio oggi, c’è questo bel singolino, che esce in edizione limitata (300 copie in vinile rosso trasparente) per l’etichetta londinese Depths. S’intitola Elizabeth e porta la firma dei Kill Your Boyfriend, band di origini veneziane ed estrazione darkwave e industrial noise. Registrato e mixato da Matteo Bordin (The Mojomatics, Squadra Omega) all’Outside Inside Studio di Treviso, remixato (il lato B) da Daniel Christiansen dei Preoccupations. Gran pezzo, dicevo. Bella l’atmosfera noir attraversata da urla e chitarre taglienti, da clangori industriali, e preziosa anche la melodia, che rimane subito in testa. Ripetere l’ascolto è quasi una sciocchezza, qui si rischia il loop.

Il Tar del Lazio annulla l’ordinanza «antinoccioleti» del comune di Grotte di Castro

Epilogo fin troppo facile da prevedere. I primi dubbi sull’efficacia di tali misure – puramente emergenziali (forse anche elettorali?) e quindi povere di contenuti forti – erano emersi fin da subito, quando la notizia dell’adozione e il testo delle ordinanze erano trapelati sulla stampa. Più tardi, in un articolo del 6 settembre, l’Osservatorio ambientale del lago di Bolsena ribadiva: «Si teme che ambedue [le ordinanze dei comuni di Bolsena e Grotte di Castro] siano ordinanze attaccabili dal punto di vista legale, poiché potrebbero portare pregiudizio alla nocciolicoltura in generale; sono inoltre carenti in vari aspetti scientifici e legali». ¹

Ed è esattamente così che è andata a finire. Il Tar del Lazio ha accolto in pieno il ricorso di Assofrutti e ha annullato l’ordinanza del comune di Grotte di Castro perché – stando al comunicato gongolante rilasciato dall’associazione degli imprenditori agricoli – «si erano evidenziate carenze di una istruttoria priva di una seria base scientifica, dalla quale non era dato ricavare per quali ragioni le coltivazioni dei noccioleti potrebbero nuocere all’ambiente nonché la grave vulnerazione della libertà di iniziativa economica privata». ²

Ecco, si riparte da zero (o quasi) dunque, magari iniziando a capire che le misure emergenziali servono a poco e ci dobbiamo fare poco affidamento, che dai comuni dobbiamo pretendere altro, perché hanno in mano ben altri strumenti ³ per difendere il territorio dall’invasione della monocoltura industriale, e per evitare l’uso massiccio di fitofarmaci e pesticidi che si renderà necessario per mantenerla «produttiva». E poi dobbiamo anche capire che la difesa del territorio e dell’ambiente è nelle nostre mani prima ancora che in quella dei rappresentanti istituzionali; che dobbiamo spingere e urlare, se vogliamo che Ferrero indietreggi. E se vogliamo che la biodiversità, la protezione dell’ecosistema lago e le coltivazioni (al plurale, perché la cosa non riguarda solo le nocciole) biologiche diventino priorità politiche, be’, allora dobbiamo mettere in conto di perderci la voce.


¹ http://osservatoriodellagodibolsena.blogspot.com/2019/09/che-fine-hanno-fatto-le-ordinanze.html

² http://www.tusciaweb.eu/2019/11/divieto-nuovi-impianti-noccioleti-assofrutti-vince-ricorso-comune/

³ Di questi strumenti parlava Bengasi Battisti, ex sindaco di Corchiano, in un’intervista rilasciata a Tele Lazio Nord qualche mese fa: https://youtu.be/MmqGmfPlhIo

Incontro pubblico sul pericolo geotermico. Grotte di Castro, 7 novembre

Il 31 luglio scorso, pochi giorni prima che l’infame ministro dell’inferno si producesse nel più sensazionale e idiota suicidio politico della storia repubblicana (il quale però, nell’attuale quadro politico, rischia di trasformarsi in vittoria), il governo del finto cambiamento ha approvato l’impianto pilota geotermico di Castel Giorgio,¹ per la gioia del manager di ITW LKW Geotermia Italia spa – inascoltato profeta dell’economia verde e gran dispensatore di balle – e la rabbia di comitati e e cittadini.

Il capitale parassita ha segnato dunque un altro goal, ma la faccenda non si è chiusa lì. Merito dei comitati, raccolti intorno al Coordinamento associazioni Orvietano, Tuscia e Lago di Bolsena, e di alcune amministrazioni comunali, che hanno deciso di non lasciar correre e di rispondere con determinazione. Dopo l’annuncio del ricorso contro il provvedimento (è notizia di qualche giorno fa: ne sono stati presentati ben quattro), la manifestazione a Castel Giorgio dello scorso 12 ottobre, l’abbraccio del lago del 19 e le inaspettate lenzuola anti-geotermia che hanno fatto la loro comparsa sui balconi, ai muri e alle inferriate in giro per la Tuscia, ecco un importante incontro informativo sul pericolo geotermico. Si terrà a Grotte di Castro, paese storicamente silente e conservatore, e questo è un bel segnale.

¹ potete leggere i retroscena dell’approvazione dell’impianto e un’accurata disamina delle problematiche e dei rischi dell’attività geotermica sul lago di Bolsena sul blog dell’Osservatorio ambientale del lago di Bolsena, qui e qui.