Collegamenti #1: aggiornamenti

Abbandonata la fiacca estiva – santa fiacca estiva, che mi tiene lontano dalle notizie bislacche della stampa-fogna, dalle polemiche inutili della politica spettacolo e, più in generale e per quanto possibile, dallo schermo del computer -, provo a far ripartire il blog. Lo faccio un po’ in sordina, rodando il passo e la scrittura, raschiando via la ruggine e spazzando via la polvere (maledetta: si accumula sempre).

Sono passati quasi quattro mesi da quando ho scritto il primo post della rubrica collegamenti, e siccome il vento caldo ha portato novità, mi viene di getto un post di aggiornamenti. Eccolo.

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«La Croce Rossa non si schiera mai».

Nei mesi scorsi ho letto-divorato un bellissimo libro, Trieste. Un romanzo documentario di Daša Drndić, trad. Ljiljana Avirović (Bompiani, 2015), che consiglio vivamente. Non fatevi ingannare troppo dal titolo, non è un romanzo su Trieste: il titolo originale dell’opera è Sonnenschein, cioè «sunshine», «la luce del sole» (Trieste è il titolo dell’edizione inglese, ndr), e narra la storia di una famiglia goriziana ebrea convertita al cattolicesimo, e in particolare la vita di una donna di questa famiglia, Haya Tedeschi, la sua ingenua giovinezza sotto l’occupazione tedesca, la storia d’amore con un criminale nazista del quale ignora passato presente e responsabilità (non un criminale nazista qualsiasi – sempre che ve ne fossero, di qualsiasi – ma il gran macellaio di Treblinka Kurt Franz), la «scomparsa» del figlio semi-clandestino avuto con quest’ultimo, il percorso lungo e travagliato che la porterà ad acquisire consapevolezza del passato e, soprattutto, la ricerca del figlio, che le fu strappato dai nazisti per essere affidato a una clinica del progetto Lebensborn. Una storia di fantasia ma ben piantata a terra, che si intreccia alla perfezione con la storia del tempo, che fa emergere le storie vere delle bambine e dei bambini Lebensborn e, con esse, tutta la tragedia (e persino la farsa) della Shoah. Un romanzo che a tratti si fa documentario, citando fonti storiche e fatti reali, gli atti dei processi di Norimberga, le criminali imprese naziste nella «Zona d’operazioni del litorale adriatico» – tra queste, la Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio attivo in territorio italiano – e persino tutti i nomi dei 9.000 ebrei italiani deportati con l’aiuto dei fascisti nostrani e sterminati nei campi nazisti.

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Gli schiavi nelle campagne della Tuscia

Daniele Camilli, giornalista di Tusciaweb, ha recentemente pubblicato un articolo sulle condizioni lavorative dei braccianti immigrati nelle campagne viterbesi. Il periodo dell’inchiesta, realizzata con la collaborazione di due sindacalisti della Flai Cgil, è quello della fase 1 dell’emergenza pandemica e questa è la realtà (riassumo, ma leggete l’articolo): 12-13 ore di lavoro al giorno, mezz’ora/un’ora di pausa pranzo, per una paga di 4-5 euro all’ora. L’approvvigionamento di frutta e verdura per i supermercati e le nostre tavole è stata garantita, insomma, all’antico prezzo della schiavitù.

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Collegamenti #2

Con passi lenti e meditati, mi accingo a chiudere le bozze della seconda puntata di Collegamenti. Mentre il primo post è sceso giù come un flusso di coscienza, questa volta mi sono fermato a respirare e a definire un tema (NB: il tema della prima parte; gli articoli sono a tema libero); poi ho collezionato i collegamenti e infine ho fatto una veloce scrematura, cercando di far emergere l’essenziale.

Il tema sono i libri, la letteratura, la cultura.

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Collegamenti #1

I collegamenti sono le maglie della rete che vorrei provare a intrecciare. Ne ho scritto qui. Ho pensato di dare a questa rubrica il nome più semplice e immediato del mondo: collegamenti, cioè link.

Per chi non avesse letto il post di presentazione della rubrica, un avviso: il layout di questa rubrichetta potrà cambiare nel corso del tempo, persino stravolgersi, perché sto facendo delle prove. Statece. Ma iniziamo. I collegamenti consigliati oggi sono tre, più qualche articolo.

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Agitare le acque, aggiungere maglie alla rete, intrecciare.

«La rete è una fogna», dicono i più cinici e disincantati, sbavando nostalgia per un’immaginaria età dell’oro e mostrando strati geologici di pigrizia mentale. «La rete è libera e sovrana», replicano quelli del «popolo della rete», rimasti incastrati in un cantone dello spaziotempo di quasi vent’anni fa. La rete, osservandola più prosaicamente con sguardo materialista, e semplificando un po’, è un intreccio di relazioni sociali per lo più dominate dal capitale, da colossi (google, apple, facebook, amazon, microsoft, in una parola: GAFAM) che orientano l’informazione e il discorso pubblico attraverso algoritmi di cui conosciamo poco, e che estraggono dati e dunque profitti dal nostro navigare e da quello stesso discorso. In un ambiente siffatto, proprietario e chiuso, è normale che il conformismo dilaghi e rischi di occupare tutto lo spazio occupabile ed è facile, nei momenti di scoramento, tendere a dar ragione a quelli del primo gruppo. Queste tuttavia sono astrazioni, utilissime per provare a costruire uno sguardo globale e a individuare delle leggi generali di funzionamento del sistema, ma per forza di cose semplificatorie. Tra il bianco e il nero ci sono sempre delle sfumature, che diventano più evidenti man mano che ci si avvicina all’oggetto osservato.

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Se ne è andato Dave Greenfield, tastierista degli Stranglers

L’altro ieri è morto – di complicazioni cardiache, dopo aver contratto la covid-19 – Dave Greenfield, storico tastierista (e voce) degli Stranglers.

Quando avevo venti anni le canzoni dei primi due album degli Stranglers sono stati il prezzemolo nelle cassettine che compilavo per la macchina. Ancora prima, intorno ai sedici-diciassette anni, No More Heroes (la canzone, che avevo trovato in un’improbabile compilation sul punk comprata per corrispondenza) è stata… be’, credo sia stata un pezzo fondamentale della mia formazione – musicale e non. Mi ha insegnato che si può fare punk con una cazzo di pianola, e che la fissazione per la formula perfetta del power trio, chitarra basso e batteria, può anche essere una stupida posa. L’assolo che parte poco prima del minuto 2 è qualcosa che, ancora oggi, mi fa accapponare la pelle e uscir fuori di testa.

Poi ci sono le parole, magiche parole. In realtà non ho mai saputo cosa avessero voluto dire con quel testo, se piangere la fine degli eroi o deriderli e festeggiarne la dipartita. Forse entrambe le cose – più probabilmente la seconda – ma per il me stesso post-adolescente con una copia de L’Anticristo nel cassetto era tutto chiarissimo, doveva essere un inno alla fine degli eroi e divenne una sveglia di proporzioni colossali che mi diceva – così credevo, così credo – che se ne poteva e doveva fare a meno. Non molto diverso da quello che, qualche anno più tardi, mi disse con più chiarezza e ventaglio di significati il caro Brecht.

Ciao Dave, che la terra ti sia lieve.

Whatever happened to all the heroes?
All the Shakespearoes?
They watched their Rome burn

rotazione di nuovi dischi e recensioni brevissime in una mattinata di fine aprile che pare novembre (e fanculo alla fase due)

FACS – Void Moments [Trouble in Mind]
post punk | experimental
È il loro terzo lavoro. È meglio dei precedenti, e questa è una bella notizia. C’è sempre il fido Congleton al mixer, si sente e anche questa è una bella notizia. È anche un bel disco, in fondo e a volte anche in superficie, ma lo è senza impressionare troppo. Un po’ me lo godo, un po’ rimpiango i Disappears.


Greg Dulli – Random Desire [BMG]
alternative rock
Il ritorno del Dulli solista poteva e doveva essere meglio di così. A parte i singoli, ascoltati e riascoltati con alti e bassi di speranza in attesa del disco, c’è poco altro da sottolineare. A volte è carino e scalda l’animo, altre volte suona stucchevole.

https://invidio.us/embed/XEOKt6kyFN4


Human Impact – ST [Ipecac]
noise rock | industrial
Il disco d’esordio della nuova band dell’ex Unsane Chris Spencer, che è anche la nuova band di vari altri che vengono da Cop Shoot Cop e Swans. Sulla carta una figata terribile, sul piatto un po’ meno. Suona da paura, se non hai mai ascoltato un disco degli Unsane, o uno dei Cop Shoot Cop o uno degli Swans. Altrimenti, pensi irrimediabilmente che c’è qualcosa che non va (per me è l’accoppiata voce-musica, e la produzione).

«Subbuglio», la (prima?) cassettina dal confinamento domiciliare

In queste settimane di confinamento domiciliare e di lavoro a mezzo reddito, che non sto a raccontarvi perché non credo ne valga la pena (mi sorprende il fiume di parole che tanti riescono a tirar fuori in questi giorni; io no, non ce la faccio), ho trovato il tempo di fare diverse cose. Ovvio no? Soprattutto: guardare (vecchie) serie TV, fare il pane (che originale eh?) e dedicare ascolti attenti a dischi che adoro e a nuovi croccantissimi pezzi.

A valle di questi ascolti, ho preso le canzoni che più mi sono penetrate nelle ossa e ne ho fatto una cassettina, insomma una playlist su spotify. Stante l’umore, che si agitava tra lo sconsolato, l’ansioso e l’incazzato come un’ape, anche la cassettina è venuta fuori così: decisamente oscura, e stronza. S’intitola «subbuglio» sapete perché? Perché quando ho pensato a che nome darle, la prima parola che mi è saltata alla mente è stata proprio «subbuglio». Simple as that. Sarà perché tifo disordini? Chissà.

Buon ascolto.