Agitare le acque, aggiungere maglie alla rete, intrecciare.

«La rete è una fogna», dicono i più cinici e disincantati, sbavando nostalgia per un’immaginaria età dell’oro e mostrando strati geologici di pigrizia mentale. «La rete è libera e sovrana», replicano quelli del «popolo della rete», rimasti incastrati in un cantone dello spaziotempo di quasi vent’anni fa. La rete, osservandola più prosaicamente con sguardo materialista, e semplificando un po’, è un intreccio di relazioni sociali per lo più dominate dal capitale, da colossi (google, apple, facebook, amazon, microsoft, in una parola: GAFAM) che orientano l’informazione e il discorso pubblico attraverso algoritmi di cui conosciamo poco, e che estraggono dati e dunque profitti dal nostro navigare e da quello stesso discorso. In un ambiente siffatto, proprietario e chiuso, è normale che il conformismo dilaghi e rischi di occupare tutto lo spazio occupabile ed è facile, nei momenti di scoramento, tendere a dar ragione a quelli del primo gruppo. Queste tuttavia sono astrazioni, utilissime per provare a costruire uno sguardo globale e a individuare delle leggi generali di funzionamento del sistema, ma per forza di cose semplificatorie. Tra il bianco e il nero ci sono sempre delle sfumature, che diventano più evidenti man mano che ci si avvicina all’oggetto osservato.

Cito qui a questo proposito un passo del poeta e saggista francese Francis Ponge, ispiratore del sottotitolo di questo blog, a sua volta citato in un libretto che vi consiglio di leggere: Considerare. Migranti, forme di vita di Marielle Macé, tradotto e pubblicato l’anno scorso dalle tipe di Metauro edizioni:

Riconoscere il più grande diritto dell’oggetto, il suo diritto imprescrittibile, che può essere opposto a ogni poema… Poiché nessun poema è mai libero da un appello «a minima» da parte dell’oggetto del poema, né da un’accusa di contraffazione. L’oggetto è sempre più importante, più interessante, più capace (pieno di diritti).

L’assunto dal quale voglio partire, che non è un partito preso ma frutto per l’appunto di osservazione, è questo: i monopolisti delle tecnologie dell’informazione sono enormi e invasivi, e sono effettivamente in grado di imprimere una direzione all’agire degli utenti, ma non esauriscono tutto lo spazio abitabile del web: non sono internet.

Chi scrive ha da tempo abbandonato i servizi di GAFAM: da più di tre anni uso duckduckgo come motore di ricerca e ho quasi completamente «degooglizzato» il mio cellulare android sostituendo le google apps con alternative open source rispettose della mia privacy (no, non devo nascondere niente, penso solo che sia un mio sacrosanto diritto). Ma soprattutto, ho estirpato dalla mia vita i grandi media sociali, o ne ho limitato sensibilmente l’influenza sul mio agire online. Facebook e twitter, fino a circa tre anni fa, erano le mie due fonti di informazione e comunicazione privilegiate. Oggi uso facebook solo per lavoro; non posto nulla dal mio profilo personale da non ricordo più quanto tempo. Non uso più la timeline di twitter per informarmi, avendo smesso di seguire quotidiani e giornalisti, e ho trasformato il mio account là sopra in un bot che prende contenuti da altre fonti. Da ultimo – ma è stata questa la molla che ha dato la spinta a tutto il resto – la mia attività online si è spostata sulle reti sociali libere e decentrate che fanno parte del c.d. «fediverso» (ne ho provate tante e abito in tanti posti, ma la cosa che più si avvicina a una casa, per me, è mastodon; anzi: bida). Le informazioni, le letture, gli ascolti, li scelgo io in totale autonomia usando un software che succhia gli RSS (se non sapete di cosa sto parlando, lasciatevelo spiegare dal buon Ca_Gi) dei siti e dei blog che mi piace leggere, senza delegare a nessuno una seconda arbitraria e autoritaria selezione (perché, fondamentalmente, l’algoritmo fa questo, e non lo fa per il bene dell’utente, ma per aumentare le possibilità di profitto del proprietario del servizio).

Ma torniamo al dunque. Perché vi ho tediato con questo racconto della mia ritrovata indipendenza online? È presto detto. Una cosa che ho notato in questi due-tre anni passati lontano dai servizi dei grandi monopolisti, è che le sfumature della rete, viste da questa angolatura, sono più evidenti. Senza più il chiacchiericcio «querulo informato e sordo» a coprire di guano lo scorrere delle notizie, fuori della tirannia degli algoritmi, si vedono e si scoprono cose diverse e il pluralismo anarchico e gioioso della rete appare in tutto il suo splendore. Ed eccomi giungere al significato ultimo di questo post. Fino a oggi, quasi come in un loop ereditato dall’esperienza precedente, ho continuato a pubblicare e consigliare cose attraverso lo strumento «social»: mastodon, diaspora e hubzilla, principalmente. Ora si dà il caso che: a) queste reti sono ancora poco frequentate e vorrei dar loro una spintarella: la spinta posso dargliela solo da fuori; b) chi ha un account là sopra, di questi discorsi ne ha piene le orecchie (e le palle?) e quasi sicuramente ha già sperimentato, o sta sperimentando proprio lì in questo momento, ciò che racconto qui; c) l’archiviazione e la ricerca dei post sul fediverso è, allo stato attuale, quantomeno problematica.

Ho pensato dunque questo: di agitare ancora un po’ le acque del blog. In due modi. Come accennavo nella pagina «chi sono», discutendo e mettendo in discussione gli strumenti di comunicazione digitale che utilizziamo per dare forma alle nostre relazioni online, private e politiche, il loro impatto sulla privacy, le alternative possibili e più facilmente utilizzabili. Secondo – ed è questa l’idea che ha fatto da input alla scrittura -, inaugurare una specie di rubrica da riempire con le cose interessanti e valide (siti, blog, podcast, articoli, brevi saggi, racconti, disegni, poesie, you name it) che trovo in rete. A volte la immagino come un semplice elenco di link divisi per temi, altre volte come un elenco di link con delle annotazioni a fianco, delle vere e proprie glosse. Come sarà lo vedrò col farsi, ma l’obiettivo mi è molto chiaro ed è duplice: (contribuire a) selezionare contenuti validi e dar loro il mio piccolo boost, e costruire nuove piccole reti di autonomia dal grande capitale.

(prima che arrivi qualcuno ad alzare il ditino e a dire «ahahah, ma cosa pensi di fare, di combattere lo strapotere dei colossi della rete con dei post sul tuo bloggino del cazzo?». No. Per abbatterli dovremmo esigere che paghino le giuste tasse, che rispettino i diritti dei lavoratori, che vengano smembrati, o nazionalizzati sotto il controllo di «soviet» appositamente costituiti, che vengano adottate norme più restrittive a tutela della privacy: distruggere il loro business model e le fonti del loro profitto pezzetto per pezzetto. Penso però che sia importante avviare discussioni intorno a questi temi e incitare evasioni, che sono comunque liberatorie)

Per ora la chiudo qui, ma ci sentiamo presto. Buone letturine e buone sovversioni.

3 risposte a "Agitare le acque, aggiungere maglie alla rete, intrecciare."

  1. Yaku 15 maggio 2020 / 19:08

    A me personalmente, quello che fai sembra molto bello!
    Ecco, l’ho detto.
    E poi anche per me Bida è diventata come una “casa sicura” sul web…

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    • leodurruti 16 maggio 2020 / 18:00

      Grazie yaku, grazie davvero, fa bene sentirselo dire 🙂
      Bida è un rifugio, non tornerei ai social commerciali per nulla al mondo (se non per promuovere bida, mastodon e il fediverso, ihih).

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