Di Maio a Gerusalemme e gli accordi di Abramo

Di Maio il 29 ottobre a Gerusalemme. (Foto tratta da Israel haYom)

Il 29 ottobre Luigi Di Maio si è recato a Tel Aviv per rafforzare le relazioni di cooperazione con lo stato di Israele nei campi dell’istruzione, della scienza, della cultura e dello sport. Si scrive così, ma si legge «cooperazione economica», che a sua volta andrebbe letta alla luce della volontà del capitalismo nostrano (in particolare quello attivo in campo energetico) di trovare nuovi sbocchi di mercato; e infatti Snam è lì che gongola fuori misura. Non è comunque questa la questione centrale che intendo affrontare nel qui presente post; se volete, potete leggere un resoconto dell’incontro diplomatico qui: https://nena-news.it/di-maio-vola-in-israele-e-rafforza-lunione-tra-roma-e-tel-aviv/

Ed eccomi al punto. En passant ma non troppo, Di Maio ha pensato bene, a meno di una settimana dall’Election Day statunitense, di dare una bella slinguazzata a Trump e alle sue ambizioni di imperialista decadente, allineando la politica estera italiana alla «pax americana» nella regione mediorientale e, dunque in fondo, all’apartheid israeliana: gli «accordi di Abramo» ha detto Di Maio, sono «un contributo positivo verso la pace e la stabilità in Medio Oriente».

Gli accordi di Abramo (gli accordi di normalizzazione tra Israle, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti) sono quella cosa che i palestinesi hanno definito «pugnalata alla schiena» e, a ben vedere, sono tutt’altro che un positivo contributo alla pace. Basta farsi un giro sugli organi di stampa – saltando a piè pari i principali organi nostrani, poco interessati o addirittura assenti – e addentrarsi nelle opinioni del mondo arabo mediorientale, per osservare un quadro di quegli accordi completamente diverso. Ne ho lette diverse in questi giorni, di queste opinioni, e alla fine ho pensato di raccoglierle in questo articolo. Siccome però io non sono nessuno, e di certo non sono in alcun modo un esperto di questioni mediorientali, mi limiterò a far parlare gli ospiti, traducendo alcuni passi degli editoriali (nota: sono traduzioni libere, che per ragioni di chiarezza non sempre tengono conto della letteralità dei testi. In ogni caso, non credo di aver fatto torto alle opinioni espresse dagli autori; se credete che sia il contrario, vi prego di farmelo notare, se ne può parlare).

Inizio con l’editoriale di un’agenzia italiana, che poi è l’articolo che ha scatenato il mio interesse verso la questione.

Scrive il buon Michele Giorgio («il manifesto», «Nena News») a proposito degli accordi che «sta sorgendo un sistema regionale in cui le monarchie arabe sunnite riconoscono la superiorità economica, militare e strategica di Israele che ne diventa di fatto il difensore davanti al nemico comune, l’Iran. Israele sgraverà, in parte, Washington della responsabilità avuta per decenni di proteggere i ricchi alleati nel Golfo. Nella pax americana i palestinesi non contano nulla, sono un tassello che non appartiene al mosaico».[1]

Opinione confermata dallo stesso Segretario di stato statunitense Mike Pompeo, come riportato da Alastair Crooke di Conflicts Forum. Scrive Crooke: «Quindi non è mai stato un “accordo di pace” quello tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. È [piuttosto] “normalizzazione” con l’obiettivo di costruire un’alleanza militare contro l’Iran. Lo ha lasciato intendere Pompeo questo fine settimana. Ha affermato che gli Emirati Arabi Uniti e Israele si sono accordati per formare un’alleanza militare e di sicurezza contro l’Iran per proteggere gli interessi statunitensi in Medio Oriente. Questo accordo e altri che eventualmente seguiranno porteranno a una presenza militare e di sicurezza israeliana nel Golfo, e una base di intelligence comune sull’isola di Socotra sul Mar Rosso […]. Secondo Pompeo, questo accordo trasformerà il conflitto in Medio Oriente da arabo-israeliano a arabo-iraniano, e forse ad arabo-turco in futuro. […] La formulazione di Pompeo […] ci dice anche qualcos’altro: che la questione palestinese è fuori dai giochi».[2]

Samah Jabr di «Middle East Monitor» ci regala un’interessante descrizione della strategia mediatica che ha accompagnato gli accordi per farli digerire a popolazioni che sono ancora in gran parte filo-palestinesi. Scrive Jabr: «Per ridurre la dissonanza cognitiva delle masse arabe, questo processo politico è stato accompagnato da una campagna di pubbliche relazioni e socialmediatica che ha promosso la “fascinazione israeliana”. A supportare questi sforzi, la messa in onda di storie e film in arabo che celebrano l’umanità, la bellezza e la natura progressista di Israele. Questo discorso elimina completamente la narrazione palestinese e le innegabili sofferenze sopportate per decenni da quella popolazione. Si tratta, anzi, di una campagna che macchia il nome del popolo palestinese, nega la brutale occupazione israeliana e afferma che i palestinesi hanno volontariamente venduto la propria terra e le proprie case allo stato sionista. Questa falsa narrazione sostiene [inoltre] che i palestinesi e le loro richieste sono un peso per il mondo arabo e promuove l’hashtag #PalestineIsNotMyCause» [per la cronaca: a giudicare dalla timeline di twitter, le masse arabe non l’hanno bevuta].[3]

Accanto alla campagna mediatica va annotata poi quella che Peter Beinart di «Jewish Currents» ha giustamente definito, in un articolo di qualche giorno fa, «diplomazia della repressione». Ripercorrendo le mosse della repressione che hanno preceduto e portato agli accordi, Beinart sottolinea argutamente il pericolo per la democrazia (soprattutto in Sudan, altro paese recentemente avviatosi sulla strada della normalizzazione, all’indomani di una rivolta popolare e nel bel mezzo di una lunga e faticosa transizione democratica) e i diritti umani rappresentato dagli «accordi di Abramo». Così scrive: «In una regione dove la simpatia per la causa palestinese è ancora molto forte, il riconoscimento di Israele scatena una feroce opposizione popolare. Per implementare accordi di normalizzazione, quindi, Netanyahu e Trump hanno bisogno che i loro partner arabi reprimano il dissenso interno».[4] E così è stato, così è, probabilmente così sarà. L’articolo cita diversi casi e contiene numerosi spunti, consiglio vivamente di leggerlo.

Su «Middle East Eye», un approfondimento di Joseph Massad, docente di Modern Arab Politics and Intellectual History al Department of Middle Eastern, South Asian, and African Studies della Columbia University, ci porta dentro alla fondamentale questione coloniale che sta dietro agli accordi e persino alla loro denominazione: «Abramo è invocato in questo contesto come una copertura del colonialismo sionista, per avvolgere questo movimento predatore e coloniale di un’aura religiosa e rappresentare la lotta anticoloniale dei palestinesi come una guerra fratricida e religiosa tra i “figli di Abramo”».[5]

Alcuni, bevendosi la versione propagandata dalla Casa Bianca e dagli altri firmatari, o proponendosi più o meno esplicitamente come suo megafono, affermano che con questo accordo Israele avrebbe rinunciato al piano di annessione di parte della West Bank. Be’, no, non sta andando così: https://electronicintifada.net/blogs/tamara-nassar/israel-massively-expand-settlements-after-uae-normalization

Degli accordi di Abramo ha parlato anche Chiara Cruciati in un’intervista su Radio Blackout: https://radioblackout.org/2020/10/abraham-accords-scompiglio-attraverso-normalizzazione/

Chiudo la carrellata con l’editoriale di Robert Fisk, scomparso oggi all’età di 74 anni, al quale questo mio post è doverosamente dedicato. Il testo di Fisk – che va letto – si conclude così: «quando vedi che i messaggeri imperiali elogiano questa roba come un “trionfo” della politica estera di Trump, sai di essere nei guai. Perlomeno i palestinesi lo sanno per certo».[6]

1- Accordo di Abramo, il nuovo ordine regionale di Trump e Netanyahu: https://nena-news.it/accordo-di-abramo-il-nuovo-ordine-regionale-di-trump-e-netanyahu/

2- Maintaining Pretence Over Reality: ‘Simply Put, the Iranians Outfoxed the U.S. Defence Systems’: https://www.strategic-culture.org/news/2020/09/14/maintaining-pretence-over-reality-simply-put-iranians-outfoxed-us-defence-systems/

3- Arab normalisation is another attempt to defeat the Palestinians psychologically: https://www.middleeastmonitor.com/20200924-arab-normalisation-is-another-attempt-to-defeat-the-palestinians-psychologically/

4- Israel’s Repressive Diplomacy: https://jewishcurrents.org/israels-repressive-diplomacy/

5- UAE-Israel deal: Abraham accord or Israeli colonialism?: https://www.middleeasteye.net/opinion/uae-israel-deal-abraham-or-israeli-colonialism

6- Another step towards Middle East ‘peace’ which is anything but – at least for the Palestinians: https://www.independent.co.uk/independentpremium/voices/trump-israel-uae-bahrain-peace-deal-palestinians-b466707.html

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