Sulla controcultura in tempi di sovraesposizione mediatica delle identità, o del bruciare la foresta dei «morti di fama»

Ieri sera, facendo surf tra i segnalibri di mastodon, ho recuperato e letto un articolo molto interessante che affronta a testa alta, con sufficiente profondità e assestando i giusti colpi, il tema che ho provato a sintetizzare con il titolo qua sopra (i «morti di fama» siamo noi – o forse non più, perlomeno non tuttə). Volevo condividere alcuni passaggi dell’articolo, ma poi le citazioni hanno iniziato ad ammucchiarsi e mi sono ritrovato con un testo troppo lungo, che mai sarebbe entrato in un toot; e siccome odio profondamente i thread (questa è più o meno la mia reazione quando qualcunə annuncia un thread, seguita dall’esclamazione: «fatevi un cazzo di blog!») e cerco sempre di evitarli, ho dirottato il tutto su acque agitate.

Eccoli qua, ordunque.

Actual power is controlling the means by which lesser power can be displayed—i.e., congrats on the 500K likes on your polling numbers, @jack still owns all your tweets.

To be truly countercultural today, in a time of tech hegemony, one has to, above all, betray the platform, which may come in the form of betraying or divesting from your public online self.

consider the 10.3 million users currently subscribed to the Primitive Technology channel on YouTube, which has tutorialized building things “in the wild completely from scratch using no modern tools or materials, […] seeing how far you can go without utilizing modern technology”—except, of course, the device you use to stream the video showing you how.

the dark forest is more promising because of its relative autonomy from clearnet physics (the gravity, velocity, and traction of content when subject to x algorithm). Unlike influencers and “blue checks,” who rely on clearnet recognition for income, status, and even self-worth, dark forest dwellers build their primary communities out of clearnet range—or offline in actual forests, parks, and gardens (e.g., cottagecore and related eco-social trends)—and then only very selectively or even absurdly/incoherently show themselves under clearnet light.

So what does today’s counter-hegemonic culture look like? It’s not particularly interested in being seen—at least not in person. It gets no thrill out of wearing leather and a mohawk and walking past main-street shops, which are empty now anyway. But it does demonstrate a hunger for freedom—freedom from the attention economy, from atomization, and the extractive logic of mainstream communication.

Ho trovato molto interessante questa cosa del betray the platform («tradire la piattaforma»), che non è molto distante da quel «lavorare con lentezza» e fare giusto il minimo che veniva fuori, sempre parlando di grandi piattaforme commerciali, dalla puntata 103 di Stakka Stakka, che vi consiglio molto di ascoltare e che trovate qui. Interessante è anche il concetto di «dark forest» con il quale viene designato – taglio con l’accetta – il web che sta fuori, ed è autonomo, dalle stesse piattaforme.

A tal proposito qualcunə noterà, dopo aver letto l’articolo, che il fediverso non viene neppure menzionato, mentre si parla di gruppi Telegram, newsletter su Substack e server Discord. E a me è venuto da chiedermi, con enfasi forse eccessiva che tradisce speranze mal riposte: è un peccato o è meglio così? Non potrebbe indicare che siamo sulla strada giusta per costruire una vera controcultura, e dunque – magari in un giorno lontano, chissà se e quando – contropoteri?

Colonna sonora consigliata:

2 pensieri riguardo “Sulla controcultura in tempi di sovraesposizione mediatica delle identità, o del bruciare la foresta dei «morti di fama»

  1. Sono giorni che ho questo tuo post aperto perché vorrei commentare, ma l’argomento mi sembra così vasto che non so da dove cominciare! ^_^ Il discorso del tradire la piattaforma è importante e lo trovo simile a quello che scrive Richard Seymour in “The twittering machine” (un libro fondamentale, per me), quando sottolinea che le piattaforme (commerciali) non hanno per nulla paura di un potenziale uso sovversivo che se ne possa fare quanto piuttosto che le persone le abbandonino del tutto. Il che, per certi versi, è una perfetta rappresentazione della dinamica del capitalismo neoliberista, capace di inglobare quasi immediatamente ogni fenomeno, anche di opposizione.

    Ed è evidente come questo capitalismo comunicativo cresce sull’individualismo elevato a unico stile di vita, con il suo complemento di esposizione narcisistica perché, in fondo, se non sei in vetrina in continuazione è come se non esistessi (l’auto-imprenditorialità estesa non solo alla sfera lavorativa ma alla vita intera). La cosa più assurda, poi, è che si prende per libera espressione di sé un comportamento imposto ed eterodiretto dai meccanismi tecnici delle piattaforme e dalle regole sociali che incarna.

    Tommaso Labranca scriveva ormai una ventina di anni fa, in “Neoproletariato”: “Il sistema industriale produce oggetti di massa, ma li riveste di sogni individualizzanti”. Mi sembra che la rete, per quello che è diventata, estremizzi al massimo questo concetto.

    Il collettivo Ippolita – non ricordo più in che testo – scriveva della necessità di coltivare spazi privati, intimi, fuori dalla visibilità obbligatoria dei social come spazi di (ritrovata) libertà. Franco Arminio sugggerisce di sfuggire a questo “autismo corale di massa” per andare a cercare nei margini, nelle crepe, in tutto ciò che è fallimento (rispetto alla mentalità dominante) perché è solo lì che ci possono essere segnali verso il futuro. (Di queste cose scrivevo anche Rizomatica un po’ di tempo fa, anche a proposito di linguaggio e meritocrazia.)

    Il Fediverso può essere un esempio, soprattutto perché rifiuta la logica algoritmica e finanziaria che è alla base dei social commerciali, ma comporta di sicuro la necessità di una buona auto-educazione per liberarsi dalle dinamiche a cui ci hanno abituato Twitter, Facebook e compagnia. Discord è in trattativa per essere comprato da Microsoft, Substack mi sembra sia la nuova moda – che rimane comunque accentratrice, su Telegram coltiviamo sempre un pizzico di diffidenza…

    Sulla costruzione di controcultura e contropoteri sono abbastanza pessimista, purtroppo. Ci vogliono anni di ri-alfabetizzazione a un linguaggio diverso (il che implicherebbe eliminare il paradigma dell’impresa onnipresente, ridare soldi e risorse all’educazione, ripensare molto delle nostre società in termini di common e non di commodity…). E sì, stare nella “dark forest” può essere un inizio (Laura Pugno ha scritto della necessità di uscire dal giardino ed entrare nel bosco – a proposito di scrittura e letteratura, ma potrebbe valere come metafora più vasta) ma saremo sempre una piccola minoranza, se non riusciamo a far migrare la maggior parte dei nostri contatti su piattaforme non Gafam (o Faama, come sembra scriversi ultimamente)…

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    1. Ciao. Grazie per il commento, è il più lungo che abbia mai ricevuto ed è una cosa bellissima.

      Ora è evidente che anch’io ho lo stesso problema, del non sapere da dove diavolo cominciare per risponderti 🙂 Proverò a seguire l’ordine delle cose per come le hai esposte.

      In effetti è così, l’uso sovversivo delle piattaforme commerciali non è più possibile («lo è stato mai?», mi chiedo; forse siamo solo rimasti abbagliati) e l’unica soluzione è abbandonarle del tutto, o comunque limitarne l’uso allo stretto indispensabile, anche provando a mettere in discussione questo «indispensabile».
      Io ho nutrito sospetto e odio verso di esse (facebook in modo particolare) per parecchio tempo prima di decidere di scappare. Una grande spinta me l’ha data il libro di Loredana Lipperini e Giovanni Arduino che cito all’inizio, «Morti di fama», che mi ha letteralmente aperto gli occhi e fatto capire diverse cose. Tra queste c’è l’esposizione narcisistica di cui parli anche tu, il self-branding, in cui si rischia di finire intrappolati senza neanche rendersene conto.

      Sono d’accordo sia con Ippolita che con Arminio, e penso che il fediverso possa essere una porta (meglio: una porticina tra le tante, alcune delle quali sono ancora da individuare) verso un futuro liberato dall’onnipervasività delle grandi piattaforme e da un sistema di socializzazione e interazione tra utenti-brand. Lo è in modo predefinito, se ci pensi, essendo popolato perlopiù da utenti anonimi, da minoranze oppresse e mancando di algoritmo.
      L’auto-educazione è necessaria, senza dubbio, perché comportamenti e modalità di interazione cui siamo stati abituati per tanto tempo non si mandano in soffitta da un giorno all’altro. Però non è neanche troppo complicato farlo; secondo me, per riuscirci al meglio, dobbiamo pensare al social network (alle istanze) come a uno strumento di comunicazione e, soprattutto, riempirlo il più possibile di obiettivi collettivi. Poi possiamo anche starci come si sta al bar, o in piazza su un muretto, anzi a me piace farlo, però se diventa la ragione principale del suo uso rischiamo di tornare al punto di partenza.

      Anch’io sono un po’ pessimista: mi spaventa quanto siamo piccoli, il tempo che ci vuole e la sordità di tante persone a certi argomenti (la privacy, la necessità di avere uno strumento di comunicazione autonomo e indipendente, libero da logiche commerciali). La «dark forest» è senza dubbio solo un inizio. I contropoteri sono lontanissimi. La controcultura forse invece è a un passo, o forse è già qui e neanche ce ne stiamo accorgendo e dovremmo solo iniziare a cantarcela, a raccontarcelo. Ecco, se la dipingo così, e se penso alla «dark forest fediversica» come alla tessera di un puzzle variegato, come a un piccolo spazio liberato da poter «attraversare» e dove poter sperimentare «forme» e «modi» diversi – e non come *lo* strumento che ci salverà dal capitalismo delle piattaforme – non avverto peso sulle spalle e la cosa mi spaventa un po’ meno 🙂

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