Agitare le acque, aggiungere maglie alla rete, intrecciare.

«La rete è una fogna», dicono i più cinici e disincantati, sbavando nostalgia per un’immaginaria età dell’oro e mostrando strati geologici di pigrizia mentale. «La rete è libera e sovrana», replicano quelli del «popolo della rete», rimasti incastrati in un cantone dello spaziotempo di quasi vent’anni fa. La rete, osservandola più prosaicamente con sguardo materialista, e semplificando un po’, è un intreccio di relazioni sociali per lo più dominate dal capitale, da colossi (google, apple, facebook, amazon, microsoft, in una parola: GAFAM) che orientano l’informazione e il discorso pubblico attraverso algoritmi di cui conosciamo poco, e che estraggono dati e dunque profitti dal nostro navigare e da quello stesso discorso. In un ambiente siffatto, proprietario e chiuso, è normale che il conformismo dilaghi e rischi di occupare tutto lo spazio occupabile ed è facile, nei momenti di scoramento, tendere a dar ragione a quelli del primo gruppo. Queste tuttavia sono astrazioni, utilissime per provare a costruire uno sguardo globale e a individuare delle leggi generali di funzionamento del sistema, ma per forza di cose semplificatorie. Tra il bianco e il nero ci sono sempre delle sfumature, che diventano più evidenti man mano che ci si avvicina all’oggetto osservato.

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Primo post. Agitare prima dell’uso.

Il primo post di acque agitate. Già. Ci ho pensato assai, a come sarebbe potuto e dovuto essere. Ho scritto, cancellato e riscritto e non me ne andava bene una. Poi d’improvviso l’illuminazione divindiabolica: sii breve e senza pretese Leo, si inizia come si inizia y pues, falta lo que falta. Il perché, il percome e il «perdove» dello scrivere e qualche sassolino sul sentiero nel caso dovessi perdermi, non serve altro.

Mi chiamo (anche) leodurruti e vengo da otto anni di scritture musicali, su Loud Notes e altrove (In Your Eyes, Distorsioni, Collective Waste). Le acque agitate che danno il nome al blog sono quelle del lago di Bolsena, ma non sono esattamente le sue acque: sono i conflitti che attraversano la terra che lo circonda, le storie minute e popolari, le resistenze. Di questo scriverò qua sopra, e di altre cose belle che frequento ogni profano giorno: le amate musiche, i libri – tanti libri, scaffali di libri e dispense di cose letterarie -, i movimenti sociali, la comunicazione. Lo farò con la dovuta lentezza e una bella spruzzata di partigianeria. Perché un blog? Perché i social media, gli algoritmi e il marketing di se stessi puzzano di decadenza e capitale putrefatto, e Il Capitale putrefatto puzza che non ve ne fate un’idea.

Mi piace l’idea di aprire le satandanze con una bella canzone. Ho scelto uno dei miei pezzi preferiti, da uno dei miei dischi da isola deserta, di una delle band della vita. Una canzone che esprime un sussulto di dignità e resistenza: una cosa che ha a che fare, e molto, con il senso di queste pagine – sempre ammesso che queste pagine abbiano un senso.

La chiudo qui. Buon viaggio.

When they kick at your front door
How you gonna come?
With your hands on your head
Or on the trigger of your gun?