Se ne è andato Dave Greenfield, tastierista degli Stranglers

L’altro ieri è morto – di complicazioni cardiache, dopo aver contratto la covid-19 – Dave Greenfield, storico tastierista (e voce) degli Stranglers.

Quando avevo venti anni le canzoni dei primi due album degli Stranglers sono stati il prezzemolo nelle cassettine che compilavo per la macchina. Ancora prima, intorno ai sedici-diciassette anni, No More Heroes (la canzone, che avevo trovato in un’improbabile compilation sul punk comprata per corrispondenza) è stata… be’, credo sia stata un pezzo fondamentale della mia formazione – musicale e non. Mi ha insegnato che si può fare punk con una cazzo di pianola, e che la fissazione per la formula perfetta del power trio, chitarra basso e batteria, può anche essere una stupida posa. L’assolo che parte poco prima del minuto 2 è qualcosa che, ancora oggi, mi fa accapponare la pelle e uscir fuori di testa.

Poi ci sono le parole, magiche parole. In realtà non ho mai saputo cosa avessero voluto dire con quel testo, se piangere la fine degli eroi o deriderli e festeggiarne la dipartita. Forse entrambe le cose – più probabilmente la seconda – ma per il me stesso post-adolescente con una copia de L’Anticristo nel cassetto era tutto chiarissimo, doveva essere un inno alla fine degli eroi e divenne una sveglia di proporzioni colossali che mi diceva – così credevo, così credo – che se ne poteva e doveva fare a meno. Non molto diverso da quello che, qualche anno più tardi, mi disse con più chiarezza e ventaglio di significati il caro Brecht.

Ciao Dave, che la terra ti sia lieve.

Whatever happened to all the heroes?
All the Shakespearoes?
They watched their Rome burn

rotazione di nuovi dischi e recensioni brevissime in una mattinata di fine aprile che pare novembre (e fanculo alla fase due)

FACS – Void Moments [Trouble in Mind]
post punk | experimental
È il loro terzo lavoro. È meglio dei precedenti, e questa è una bella notizia. C’è sempre il fido Congleton al mixer, si sente e anche questa è una bella notizia. È anche un bel disco, in fondo e a volte anche in superficie, ma lo è senza impressionare troppo. Un po’ me lo godo, un po’ rimpiango i Disappears.


Greg Dulli – Random Desire [BMG]
alternative rock
Il ritorno del Dulli solista poteva e doveva essere meglio di così. A parte i singoli, ascoltati e riascoltati con alti e bassi di speranza in attesa del disco, c’è poco altro da sottolineare. A volte è carino e scalda l’animo, altre volte suona stucchevole.

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Human Impact – ST [Ipecac]
noise rock | industrial
Il disco d’esordio della nuova band dell’ex Unsane Chris Spencer, che è anche la nuova band di vari altri che vengono da Cop Shoot Cop e Swans. Sulla carta una figata terribile, sul piatto un po’ meno. Suona da paura, se non hai mai ascoltato un disco degli Unsane, o uno dei Cop Shoot Cop o uno degli Swans. Altrimenti, pensi irrimediabilmente che c’è qualcosa che non va (per me è l’accoppiata voce-musica, e la produzione).

«Subbuglio», la (prima?) cassettina dal confinamento domiciliare

In queste settimane di confinamento domiciliare e di lavoro a mezzo reddito, che non sto a raccontarvi perché non credo ne valga la pena (mi sorprende il fiume di parole che tanti riescono a tirar fuori in questi giorni; io no, non ce la faccio), ho trovato il tempo di fare diverse cose. Ovvio no? Soprattutto: guardare (vecchie) serie TV, fare il pane (che originale eh?) e dedicare ascolti attenti a dischi che adoro e a nuovi croccantissimi pezzi.

A valle di questi ascolti, ho preso le canzoni che più mi sono penetrate nelle ossa e ne ho fatto una cassettina, insomma una playlist su spotify. Stante l’umore, che si agitava tra lo sconsolato, l’ansioso e l’incazzato come un’ape, anche la cassettina è venuta fuori così: decisamente oscura, e stronza. S’intitola «subbuglio» sapete perché? Perché quando ho pensato a che nome darle, la prima parola che mi è saltata alla mente è stata proprio «subbuglio». Simple as that. Sarà perché tifo disordini? Chissà.

Buon ascolto.

Rock, storytelling e musealizzazione. Un’invettiva

Stamattina, mentre ero al bar e mi apprestavo ad addentare un fantastico cornetto, la radio (indovinate voi quale) mi ha vomitato addosso una perla di rara intelligenza e perspicacia concernente l’annoso (e noioso) problema della vecchiaia, della morte per asfissia o dell’attualità del rock: «c’è bisogno di un nuovo storytelling sul rock». Cristo. Un istinto primario e ancestrale mi spingeva a mannaggiare e smadonnare con violenza lì sul posto, ma con qualche sforzo, concentrandomi intensamente sul caffettino caldo e sul fiume di marmellata che usciva dalla pasta, sono riuscito a contenerlo. Poi in macchina, con i Minor Threat che procedevano a mille e io per fortuna un po’ più lento, ci ho ragionato su e sono arrivato alla seguente conclusione, cara innominata radio speaker dei miei santissimi zebedei.

Mi rivolgo direttamente a te, anche se so che non mi ascolterai (come io non ascolto te, del resto. È stato il barista: maledetto!). Credo, molto umilmente, che per provare a rendere attuale il rock (ci metterei anche il roll altrimenti, già di sé, è roba senza scorza) e interessare qualcuno che abbia meno di, boh, venticinque anni, dovreste innanzitutto lasciar perdere questa cosa dello storytelling che, non so proprio come dirtelo, ma è veramente una stronzata, e magari potreste iniziare dal seguire alcune sane e semplici regolette di base.

Smettere di mandare musica di merda è un inizio: può aiutare, senza dubbio. Poi, per esempio, potreste mettere in programmazione qualcosa di veramente attuale. Non puoi uscirtene estasiata con «i Black Keys, cioè il futuro del rock’n’roll», non puoi proprio farlo, giuro: primo, perché i Black Keys hanno da poco pubblicato il loro nono album, non sono esattamente una band di primo pelo e ben che vada possono rappresentare il futuro di… lasciamo perdere; secondo, perché a voler essere buoni, non fanno un album decente dal 2011 e infatti, terzo, la canzone che abbiamo appena finito di ascoltare è del 2011, cioè di nove anni fa. [C’è un numero nove che ritorna qui, cosa vorrà dire?] Un’altra cosa che dovreste smettere di fare è incaponirvi su un paio di canzoni e mettere solo quelle: vi garantisco che i Led Zeppelin hanno scritto altre cose, alcune anche niente male, oltre a Whole Lotta Love e Stairway to Heaven. Non sia mai che qualcuno, ascoltandovi, scopra qualcosa di «nuovo» eh. Ma ancora di più, cosa molto più importante e direi finanche vitale, credo che dovreste smettere di menarla con la tradizione, di musealizzare ogni singola cosa anche la più insignificante (sì, i Kings of Leon che hai mandato qualche traccia dopo aver detto ‘sta cazzata sullo storytelling sono insignificanti: stacce. Lenny Kravitz è merda, ok?), mettendo tutto sotto il pesante e poco attraente ombrello di «storia del ruuuock»*. Perché, sai?, così facendo, è normale che i giovani ti schifino e se ne vadano di corsa in braccio alla trap (merda): chi cazzo ha voglia, a sedici anni, a diciotto, a venti, di ascoltarsi roba che potrebbe star bene in un fottuto museo. No?

Ecco, credo sia tutto. Ora ti saluto.

Con immutato rancore e disprezzo,
il mai tuo leodurruti

Colonna sonora dell’invettiva:

* ho volutamente sorvolato sulla retorica da rocker maschio (bianco) e ribelle perché non ha senso scomodare in questa sede il santo creatore, tutta la sua famiglia allargata e la marmaglia dei santissimi suoi accoliti

Una canzone che mi sta mandando fuori di testa: «Die Matrosen» delle LiLiPUT/Kleenex

Liliput

Oggi mi sono messo a pulire la cartella dove finiscono i dischi appena scaricati, una sala d’attesa affollatissima dove album e discografie possono sostare anche dei mesi prima che io mi decida a classificarli e a «tagliaincollari» nelle rispettive cartelle. È andata a finire che mi è venuta voglia di ascoltare delle compilation che stavano là dentro a far la muffa da un po’ di tempo e, dopo qualche tentativo andato a vuoto e qualche tiro nel cestino, ho trovato quella giusta e mi ci sono buttato a corpo morto.

Si tratta di «Rough Trade Shops: Post Punk 01». È un doppio CD uscito nel 2003 che raccoglie noti capolavori e gemme oscure del post punk di (quasi) tutti i tempi. Ci sono i grandi nomi che ognuno può ragionevolmente aspettarsi (Gang of Four, P.i.l., Slits, Pop Group, Swell Maps, Wire, DNA, Magazine, The Fall, etc.), ma anche band oscure (almeno per me) e sfortunate meteore che hanno pubblicato qualche singolo, massimo un paio di dischi per poi sparire nel nulla.

Tra i pezzi che non conoscevo e che più mi hanno colpito c’è Die Matrosen («I marinai», in tedesco), delle LiLiPUT. Diamogli una spruzzata di contesto. Le Lilliput erano una punk band (originariamente) tutta al femminile proveniente da Zurigo. Le quattro svizzere, che a questo punto della storia si fanno chiamare Kleenex, esordiscono nel 1978 con un EP omonimo di quattro pezzi per l’etichetta svizzera Sunrise. Vengono presto notate da John Peel e a seguire dalla Rough Trade, che pubblica loro un paio di singoli, e purtroppo anche dalla multinazionale Kimberly-Clark, proprietaria dell’omonimo e famoso marchio di fazzoletti, che non la prende per niente bene e minaccia le vie legali se la band non si decide a cambiare nome. Ed è a quest’altro punto della storia che, dopo qualche rimescolamento in formazione (ora sono in cinque), entrano in scena le LiLiPUT.

Il loro esordio col nuovo nomignolo, sempre su Rough Trade, è il singolo Split. Giri lato ed ecco Die Matrosen, traccia numero 4 del primo cd della suddetta compilation, ovvero la canzone che mi ha mandato fuori di testa. Avete presente le X-Ray Spex no? (no? Male.) Be’, prendete il punk screziato di sax delle X-Ray Spex, donate loro il Sacro Graal della melodia perfetta e avrete Die Matrosen, un singolo che in un mondo più giusto sarebbe entrato via etere in tutte le case del fottuto pianeta e avrebbe sbancato tutte le fottute classifiche; e invece sbancò sole le UK Indie Charts per qualche settimana, e nonostante la band sia stata notata e «supportata» da gente come John Peel, Kim Gordon e Kurt Cobain, il quale la inserì persino nel suo listone dei cinquanta dischi della vita (senza indicare l’album, ndr), nonostante gli sforzi delle etichette Off Course, Kill Rock Stars e Mississipi Records, che ne hanno ripubblicato l’intero catalogo, rimangono per lo più sconosciute e poco ascoltate: una band leggendaria e terribilmente influente, ma un affare per pochi intimi. Se non le avete mai sentite, è arrivato il momento di rimediare, e vi garantisco che non ne soffrirete.

[a questo link trovate quasi tutto ciò che le riguarda; a quest’altro, un bel racconto dell’«incontro» con le LiLiPUT scritto da un blogger musicale di lungo corso].

«Elizabeth», il nuovo singolo dei Kill Your Boyfriend

Tra le cose belle belle che ho ascoltato ultimamente, nella fattispecie proprio oggi, c’è questo bel singolino, che esce in edizione limitata (300 copie in vinile rosso trasparente) per l’etichetta londinese Depths. S’intitola Elizabeth e porta la firma dei Kill Your Boyfriend, band di origini veneziane ed estrazione darkwave e industrial noise. Registrato e mixato da Matteo Bordin (The Mojomatics, Squadra Omega) all’Outside Inside Studio di Treviso, remixato (il lato B) da Daniel Christiansen dei Preoccupations. Gran pezzo, dicevo. Bella l’atmosfera noir attraversata da urla e chitarre taglienti, da clangori industriali, e preziosa anche la melodia, che rimane subito in testa. Ripetere l’ascolto è quasi una sciocchezza, qui si rischia il loop.

Primo post. Agitare prima dell’uso.

Il primo post di acque agitate. Già. Ci ho pensato assai, a come sarebbe potuto e dovuto essere. Ho scritto, cancellato e riscritto e non me ne andava bene una. Poi d’improvviso l’illuminazione divindiabolica: sii breve e senza pretese Leo, si inizia come si inizia y pues, falta lo que falta. Il perché, il percome e il «perdove» dello scrivere e qualche sassolino sul sentiero nel caso dovessi perdermi, non serve altro.

Mi chiamo (anche) leodurruti e vengo da otto anni di scritture musicali, su Loud Notes e altrove (In Your Eyes, Distorsioni, Collective Waste). Le acque agitate che danno il nome al blog sono quelle del lago di Bolsena, ma non sono esattamente le sue acque: sono i conflitti che attraversano la terra che lo circonda, le storie minute e popolari, le resistenze. Di questo scriverò qua sopra, e di altre cose belle che frequento ogni profano giorno: le amate musiche, i libri – tanti libri, scaffali di libri e dispense di cose letterarie -, i movimenti sociali, la comunicazione. Lo farò con la dovuta lentezza e una bella spruzzata di partigianeria. Perché un blog? Perché i social media, gli algoritmi e il marketing di se stessi puzzano di decadenza e capitale putrefatto, e Il Capitale putrefatto puzza che non ve ne fate un’idea.

Mi piace l’idea di aprire le satandanze con una bella canzone. Ho scelto uno dei miei pezzi preferiti, da uno dei miei dischi da isola deserta, di una delle band della vita. Una canzone che esprime un sussulto di dignità e resistenza: una cosa che ha a che fare, e molto, con il senso di queste pagine – sempre ammesso che queste pagine abbiano un senso.

La chiudo qui. Buon viaggio.

When they kick at your front door
How you gonna come?
With your hands on your head
Or on the trigger of your gun?