Gli schiavi nelle campagne della Tuscia

Daniele Camilli, giornalista di Tusciaweb, ha recentemente pubblicato un articolo sulle condizioni lavorative dei braccianti immigrati nelle campagne viterbesi. Il periodo dell’inchiesta, realizzata con la collaborazione di due sindacalisti della Flai Cgil, è quello della fase 1 dell’emergenza pandemica e questa è la realtà (riassumo, ma leggete l’articolo): 12-13 ore di lavoro al giorno, mezz’ora/un’ora di pausa pranzo, per una paga di 4-5 euro all’ora. L’approvvigionamento di frutta e verdura per i supermercati e le nostre tavole è stata garantita, insomma, all’antico prezzo della schiavitù.

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Agitare le acque, aggiungere maglie alla rete, intrecciare.

«La rete è una fogna», dicono i più cinici e disincantati, sbavando nostalgia per un’immaginaria età dell’oro e mostrando strati geologici di pigrizia mentale. «La rete è libera e sovrana», replicano quelli del «popolo della rete», rimasti incastrati in un cantone dello spaziotempo di quasi vent’anni fa. La rete, osservandola più prosaicamente con sguardo materialista, e semplificando un po’, è un intreccio di relazioni sociali per lo più dominate dal capitale, da colossi (google, apple, facebook, amazon, microsoft, in una parola: GAFAM) che orientano l’informazione e il discorso pubblico attraverso algoritmi di cui conosciamo poco, e che estraggono dati e dunque profitti dal nostro navigare e da quello stesso discorso. In un ambiente siffatto, proprietario e chiuso, è normale che il conformismo dilaghi e rischi di occupare tutto lo spazio occupabile ed è facile, nei momenti di scoramento, tendere a dar ragione a quelli del primo gruppo. Queste tuttavia sono astrazioni, utilissime per provare a costruire uno sguardo globale e a individuare delle leggi generali di funzionamento del sistema, ma per forza di cose semplificatorie. Tra il bianco e il nero ci sono sempre delle sfumature, che diventano più evidenti man mano che ci si avvicina all’oggetto osservato.

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Salute pubblica, sistema economico e organizzazione della vita sociale

In queste assurde settimane di isolamento domiciliare (non «quarantena»), con il lavoro ridotto ai minimi termini, ho passato un bel po’ di tempo a leggere. Ho letto soprattutto notizie, analisi e controanalisi sulla covid-19, la nascita e lo sviluppo del virus che ne è il responsabile – il Sars Cov2 – l’andamento e la diffusione della malattia, le diverse risposte dei governi degli stati più colpiti, la risposta sanitaria e quella securitaria, etc. Poi, qualche sera fa, davanti a un articolo che mi spiattellava in faccia l’ennesima previsione sul picco (ormai le previsioni sul picco, così come le ipotesi sulla mutazione del virus, sembrano essere diventate un gioco mediatico, un po’ come i sondaggi elettorali, con l’aggravante di avere come oggetto di studio contagiati e morti) e al messaggio di un amica che mi annunciava di essere prossima al tampone dopo più di una settimana di febbre e mal di gola, ho avuto una crisi da sovraccarico (si chiama così? Non so), una scarica di ansia e ho deciso di tirare il freno a mano. Nei giorni seguenti ho messo in lista nera il sito di «Repubblica», che è diventato una fogna a cielo aperto di viscido sensazionalismo, titoli e articoli acchiappaclick e cronache di flash mob patriottici, e mi sono imposto di rallentare la lettura di notizie, limitandomi a pochi selezionati articoli e per lo più ad analisi di ampio respiro e non contingenti.

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