Agitare le acque, aggiungere maglie alla rete, intrecciare.

«La rete è una fogna», dicono i più cinici e disincantati, sbavando nostalgia per un’immaginaria età dell’oro e mostrando strati geologici di pigrizia mentale. «La rete è libera e sovrana», replicano quelli del «popolo della rete», rimasti incastrati in un cantone dello spaziotempo di quasi vent’anni fa. La rete, osservandola più prosaicamente con sguardo materialista, e semplificando un po’, è un intreccio di relazioni sociali per lo più dominate dal capitale, da colossi (google, apple, facebook, amazon, microsoft, in una parola: GAFAM) che orientano l’informazione e il discorso pubblico attraverso algoritmi di cui conosciamo poco, e che estraggono dati e dunque profitti dal nostro navigare e da quello stesso discorso. In un ambiente siffatto, proprietario e chiuso, è normale che il conformismo dilaghi e rischi di occupare tutto lo spazio occupabile ed è facile, nei momenti di scoramento, tendere a dar ragione a quelli del primo gruppo. Queste tuttavia sono astrazioni, utilissime per provare a costruire uno sguardo globale e a individuare delle leggi generali di funzionamento del sistema, ma per forza di cose semplificatorie. Tra il bianco e il nero ci sono sempre delle sfumature, che diventano più evidenti man mano che ci si avvicina all’oggetto osservato.

Continua a leggere