«Subbuglio», la (prima?) cassettina dal confinamento domiciliare

In queste settimane di confinamento domiciliare e di lavoro a mezzo reddito, che non sto a raccontarvi perché non credo ne valga la pena (mi sorprende il fiume di parole che tanti riescono a tirar fuori in questi giorni; io no, non ce la faccio), ho trovato il tempo di fare diverse cose. Ovvio no? Soprattutto: guardare (vecchie) serie TV, fare il pane (che originale eh?) e dedicare ascolti attenti a dischi che adoro e a nuovi croccantissimi pezzi.

A valle di questi ascolti, ho preso le canzoni che più mi sono penetrate nelle ossa e ne ho fatto una cassettina, insomma una playlist su spotify. Stante l’umore, che si agitava tra lo sconsolato, l’ansioso e l’incazzato come un’ape, anche la cassettina è venuta fuori così: decisamente oscura, e stronza. S’intitola «subbuglio» sapete perché? Perché quando ho pensato a che nome darle, la prima parola che mi è saltata alla mente è stata proprio «subbuglio». Simple as that. Sarà perché tifo disordini? Chissà.

Buon ascolto.

Salute pubblica, sistema economico e organizzazione della vita sociale

In queste assurde settimane di isolamento domiciliare (non «quarantena»), con il lavoro ridotto ai minimi termini, ho passato un bel po’ di tempo a leggere. Ho letto soprattutto notizie, analisi e controanalisi sulla covid-19, la nascita e lo sviluppo del virus che ne è il responsabile – il Sars Cov2 – l’andamento e la diffusione della malattia, le diverse risposte dei governi degli stati più colpiti, la risposta sanitaria e quella securitaria, etc. Poi, qualche sera fa, davanti a un articolo che mi spiattellava in faccia l’ennesima previsione sul picco (ormai le previsioni sul picco, così come le ipotesi sulla mutazione del virus, sembrano essere diventate un gioco mediatico, un po’ come i sondaggi elettorali, con l’aggravante di avere come oggetto di studio contagiati e morti) e al messaggio di un amica che mi annunciava di essere prossima al tampone dopo più di una settimana di febbre e mal di gola, ho avuto una crisi da sovraccarico (si chiama così? Non so), una scarica di ansia e ho deciso di tirare il freno a mano. Nei giorni seguenti ho messo in lista nera il sito di «Repubblica», che è diventato una fogna a cielo aperto di viscido sensazionalismo, titoli e articoli acchiappaclick e cronache di flash mob patriottici, e mi sono imposto di rallentare la lettura di notizie, limitandomi a pochi selezionati articoli e per lo più ad analisi di ampio respiro e non contingenti.

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