«La Croce Rossa non si schiera mai».

Nei mesi scorsi ho letto-divorato un bellissimo libro, Trieste. Un romanzo documentario di Daša Drndić, trad. Ljiljana Avirović (Bompiani, 2015), che consiglio vivamente. Non fatevi ingannare troppo dal titolo, non è un romanzo su Trieste: il titolo originale dell’opera è Sonnenschein, cioè «sunshine», «la luce del sole» (Trieste è il titolo dell’edizione inglese, ndr), e narra la storia di una famiglia goriziana ebrea convertita al cattolicesimo, e in particolare la vita di una donna di questa famiglia, Haya Tedeschi, la sua ingenua giovinezza sotto l’occupazione tedesca, la storia d’amore con un criminale nazista del quale ignora passato presente e responsabilità (non un criminale nazista qualsiasi – sempre che ve ne fossero, di qualsiasi – ma il gran macellaio di Treblinka Kurt Franz), la «scomparsa» del figlio semi-clandestino avuto con quest’ultimo, il percorso lungo e travagliato che la porterà ad acquisire consapevolezza del passato e, soprattutto, la ricerca del figlio, che le fu strappato dai nazisti per essere affidato a una clinica del progetto Lebensborn. Una storia di fantasia ma ben piantata a terra, che si intreccia alla perfezione con la storia del tempo, che fa emergere le storie vere delle bambine e dei bambini Lebensborn e, con esse, tutta la tragedia (e persino la farsa) della Shoah. Un romanzo che a tratti si fa documentario, citando fonti storiche e fatti reali, gli atti dei processi di Norimberga, le criminali imprese naziste nella «Zona d’operazioni del litorale adriatico» – tra queste, la Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio attivo in territorio italiano – e persino tutti i nomi dei 9.000 ebrei italiani deportati con l’aiuto dei fascisti nostrani e sterminati nei campi nazisti.

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